Di certo Jean Calogero può essere annoverato tra i più grandi ed ecclettici artisti catanesi del XX secolo. Una vita speciale come quella di ciascun artista, legata spesso a correnti di pensiero che hanno attraversato un secolo agitato come quello scorso. Correnti di pensiero che hanno anche delineato i suoi affari personali.
Tra tutti i cicli pittorici che lui ha generato attraversando queste correnti artistiche, che, come prima detto, hanno influito nel suo essere artista e nelle sue opere geniali, ritengo che la serie delle “bamboline” riassuma la vera essenza ed originalità di questo artista. Un ciclo unico ed eccezionale che ebbe inizio sul finire degli anni ’40 per poi esaurirsi alla fine degli anni ’50, e che coincise con il periodo “parigino” dell’artista.
Jean Calogero ha realizzato tantissime “bamboline” nella sua casa di Montmartre, il quartiere degli artisti. Casa che era stata prima del celebre Edgar Degas. Bamboline con facce tonde, occhi neri e profondi e bocche che raramente sorridono. Facce fissate nell’immobile smarrimento ai limiti della realtà. Morte, vive? Non ci è dato saperlo. O forse tocca a noi liberamente interpretarlo. L’immaginazione in fondo è solo un riflesso della realtà.
Tra tutte queste innumerevoli e pregevoli opere, una di certo merita di essere commentata più di tutte. Si tratta di un pezzo di misure medie, come lo erano la maggior parte di questo ciclo pittorico, che rappresenta una bambolina speciale. Il suo nome è “La Sicilianetta”. L’opera realizzata di certo alla metà degli anni 50, oggi di un collezionista privato, proviene da una importante collezione parigina e rappresenta una bambolina che accenna un sorriso, come se Calogero volesse far trasparire un metodo di “Leordiana” memoria, ma senza tradire troppo il suo mantra per questo ciclo pittorico. Ossia, lasciare a chi guarda gli occhi della bambolina la decisione. Lasciare a chi la ammira decidere o meno, se lei è il riflesso della sua realtà.
Ma perché “La Sicilianetta”? L’opera fu acquistata con il nome “Le Sicilianette”, probabile storpiatura linguistica del francese de “La piccola Siciliana”. Ma il nome è certamente quello giusto, infatti la bambolina, unica nel suo genere, porta gli abiti tradizionali della Sicilia ed in sfondo si nota chiaro una dei simboli chiave della tradizione dell’isola che diede in natali all’artista, il carretto siciliano.
Insomma, certamente un capolavoro nostalgico dell’artista, che sottoposto ad una vita dura e ritirata della Parigi degli anni ’50 volle ricordare con quest’opera la sua terra. Letteralmente “attaccando” un accenno sorriso alla sua tradizionale bambolina, e dandogli, forse incidentalmente, una nuova genesi più vicina ad un’enigmatica gioconda. Ed avvolgendola nei tradizionali abiti della sua calorosa terra, la cui nostalgia mordeva nei rigidi inverni parigini.
